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PARCO DEI MONTI SIMBRUINI


Monti ricchi di sorgenti di acque purissime, boschi secolari e panorami che permettono di spaziare dal Mar Tirreno alle cime del Gran Sasso d'Italia. Il Parco offre una notevole varietà di itinerari entro i 7766 ettari di bosco (solo in parte ciociaro) le cui mete possono essere raggiunte a piedi, a cavallo e in bicicletta. Fiore all'occhiello del Parco è il "Sentiero Italia", il più grande itinerario di trekking del paese che attraversa integralmente i Simbruini. Tra gli sport più praticati in quest'area vi segnaliamo: lo sci, sulle piste di Campo Staffi (in territorio di Filettino), la pesca sportiva in località Fiumata, la canoa lungo il corso dell'Aniene tra Trevi e Subiaco e l'equitazione nei numerosi maneggi della zona. Per i più arditi, le pareti rocciose di questi monti ben si prestano alla pratica del free-climbing.
Ai più tranquilli consigliamo piacevoli e fruttuose passeggiate nei boschi ricchi di saporitissime fragoline, mirtilli, lamponi e funghi in quantità. Da Fiuggi è possibile raggiungere in breve tempo il vicino parco naturale attraversando i graziosi centri di: Altipiani di Arcinazzo, Trevi nel Lazio e Filettino. La visita di Trevi nel Lazio riserva emozionanti sorprese naturalistiche ed artistiche. Il territorio è ricco di acque sorgive che creano cascate e piscine naturali. Tra gli interessanti resti archeologici, il monumento antico di maggior rilievo è senza dubbio l'Arco di Trevi, ubicato nei pressi della statale 411 al confine con il territorio di Guarcino. I saporitissimi piatti tipici che vi consigliamo di gustare sono la polenta con sugo di spuntature di maiale, le sagne e fagioli e la tipica pizza sotto al "coppo".

IL PARCO DEI MONTI ERNICI

I Monti Ernici sono il massiccio montano più esteso e più alto della Ciociaria, con vette che superano i 2000 metri, essi vantano una natura rigogliosa e incontaminata. La peculiarità della zona è il fenomeno del carsismo, come testimoniano in territorio di Collepardo le Grotte dei Bambocci e il Pozzo d'Antullo, rarissima dolina carsica di grandi dimensioni. Parte del loro patrimonio naturale può essere ammirata nel Giardino Botanico "Flora Ernica", nel territorio di Collepardo. La natura incontaminata di questi luoghi offre la vista su uno dei paesaggi boschivi più belli dell'intera provincia, dove arte e paesaggio si equilibrano. La pace di questi monti ha attratto, in tempi antichi, numerosi asceti e comunità monastiche che qui fissarono le loro dimore. I monaci iniziarono l'antica arte erboristica raccogliendo le piante officinali di cui la zona è ricca e producendo liquori di ottima qualità.

Numerose sono le attività sportive di grande richiamo turistico: lo sci a Campo Catino, raggiungibile da Guarcino, l'equitazione, il parapendìo, il trekking e la mountain bike nell'oasi naturale di Prato di Campoli. I bellissimi centri storici di Guarcino e Vico meritano una visita accurata. In particolare vi segnaliamo la cinta muraria medioevale arricchita da venticinque torri a Vico nel Lazio. Per degustare i piatti dell'antica tradizione culinaria ciociara, legata alla pastorizia e all'agricoltura, Guarcino, Collepardo e Vico nel Lazio offrono pietanze semplici, genuine e appetitose. Salsicce di cinghiale, prosciutto e amaretti a Guarcino, dolci secchi, ciambelle e pane ancora tradizionalmente cotto al forno a legna a Vico nel Lazio ed a Veroli, i liquori e i digestivi nella Certosa di Trisulti e a Collepardo. Alle buone forchette consigliamo tra i piatti di portata più succulenti: fettuccine al sugo, pasta e fagioli, abbacchio e cacciagione.

I MONTI LEPINI


Vari, suggestivi, spesso ricchi di tracce di un passato lontano ed affascinante i Monti Lepini, con le creste che collegano tra loro gli altipiani in quota, offrono moltissime possibilità all'escursionista. Gli appassionati della ricerca di fossili possono qui trovarne vari ed abbondanti. I comuni dei Monti Lepini offrono molto ad un viaggiatore curioso. Quattro i paesi, sul versante frusinate della catena, dislocati in alto per controllare il traffico che correva lungo la Valle del Sacco e per questo fortificati nel IX secolo: Sgurgola, Morolo, Supino e Patrica. Supino (vd. scheda "Supino Natura") è uno degli accessi più frequentati alle zone in quota dei Lepini, grazie alla strada che sale verso il pianoro di Santa Serena, dove il paesaggio è di una bellezza unica per i suoi boschi e per i fenomeni carsici. Sulla strada si trova la valle del Pisciarello, fonte d'acqua limpida e pura. Comprensorio decisamente interessante quello di Supino per l'arrampicata su roccia con ben cinque settori, per un totale di oltre 120 vie tutte su ottimo calcare.

E' da Patrica che si raggiunge la vetta del Monte Cacume (1095 m), reso famoso dalla Divina Commedia. Noto per il suo curioso aspetto a "klippen" (a forma di piramide), riconoscibile da qualsiasi punto della Ciociaria, il luogo offre un panorama a 360 gradi e conserva ruderi di un castello medioevale. A Patrica si possono acquistare castagne, marroni, ceramiche, lavori in legno. Alle pendici dei Lepini si adagia Ceccano, città volsca e, successivamente, roccaforte dei potenti Conti di Ceccano, nonchè città ricca di storia ed arte. Il viaggio ci porta a Giuliano di Roma dove è possibile acquistare cestini di vimini, carne di capretto, formaggio caprino e pecorino. A Villa S. Stefano, il 16 agosto, si svolge la sagra della "Panarda" (rustica zuppa fatta con pane e ceci): si cuociono in piazza 4 o 5 quintali di ceci che appena cotti vengono distribuiti a gara alle famiglie del paese. Dal vicino fiume Amaseno, ideale per la pesca sportiva, prende il nome l'omonimo centro dei Lepini. Amaseno è famosa sin dall'antichità per le numerose sorgenti, tutte potabili, sparse nel suo territorio. Ma lo è anche per la Chiesa di S. Maria e il miracolo della liquefazione del sangue di S. Lorenzo, che qui si ripete ogni 10 agosto. Fiore all’occhiello del comprensorio di Amaseno sono gli allevamenti di bufala dai quali si ottengono le squisite mozzarelle D.O.C. di bufala e le saporite marzoline.

A SUD DELLA VALLE DEL SACCO


Attraverseremo un paesaggio il cui territorio ricco di acque è prevalentemente sfruttato da un'economia agricola. Un'occasione unica per conoscere il volto più tipico della Ciociaria e gustare il sapore genuino di alcuni prodotti tipici della cucina ciociara. Il tour ha inizio da Castro dei Volsci, la visita guidata al Museo vi permetterà di ripercorrere uno spaccato delle fasi storiche di questo territorio. E' sulla sommità di Montenero che Castro offre il suo volto più affascinante. Il suo borgo medioevale in occasione della rievocazione del Presepe Vivente brulica di gente. Questo è forse l'avvenimento più sentito da tutta la comunità del paese, impegnata a far rivivere le sue antiche tradizioni con la riapertura delle vecchie botteghe. Merita una deviazione Pofi per ammirare i resti dell'Homo erectus e dell'Elephas meridionalis et antiquus, rinvenuti in questo territorio e conservati nel Museo Preistorico. A pochi km da Castro vi attende il complesso speleologico delle grotte di Pastena, una delle risorse naturali più rilevante della nostra terra. Lo sviluppo totale delle grotte è di 2217 metri nel ramo attivo e di 900 in quello fossile. In ogni sala la roccia pare animarsi in particolari rappresentazioni scultoree suggestive e fantasiose.

Nel piccolo borgo di Pastena lasciatevi tentare dalla gastronomia: la minestra contadina detta "pane sotto", il tartufo, i salumi, i prosciutti, i formaggi, le ciliegie e i dolcetti da forno sono solo alcuni dei sapori che arricchiscono la tavola di questa parte di Ciociaria. Completa il tour, a Pastena, la visita al Museo Della Civiltà Contadina e Dell'Ulivo. Ad aspettarvi nella quiete del suo bellissimo parco è ora il Santuario di San Sosio martire a pochi km dal piccolo centro di Falvaterra, dal delizioso aspetto medioevale. Ai buongustai consigliamo una sosta in paese, dove vale la pena di assaggiare le squisite specialità gastronomiche, come i cotechini, gli insaccati di maiale, le ricottine, le marzoline, le caciotte e l'olio tutto rigorosamente prodotto in maniera artigianale. In territorio di Arce è d'obbligo la visita agli scavi di Fregellae, importante colonia romana del 328 a.c., per poi proseguire al Museo Archeologico di Ceprano che raccoglie importantissimi reperti provenienti dagli scavi. Nella vicina Castrocielo da non perdere la fresca sorgente di Capo d’Acqua.

LUNGO L'ANTICO CONFINE


Un percorso di oltre 300 Km, lungo la vecchia linea divisionale Stato Pontificio - Regno delle Due Sicilie tuttora marcata da interessanti cippi in pietra, attraversa monti, colli, fiumi e valli dell'Italia Centrale ed offre innumerevoli spunti per escursioni anche nella provincia di Frosinone. Le indicazioni fornite e le escursioni consigliate, descritte in modo dettagliato, potranno giovare a tutti coloro che, zaino, scarponi e cartina alla mano, vorranno ammirare luoghi ameni o conoscerne altri, ancora selvaggi, ricchi di fascino e storia. Il sottoscritto ha intrapreso nel 1993 il ritrovamento, a livello amatoriale, dei cippi confinari del sorano; in seguito, per estendere l'analisi a tutta la frontiera, ha formato un gruppo denominato A.RI.S. (Associazione Ricerche Storiche). Quest’ultima,sensibilizzando le autorità locali, ha realizzato (e continuerà a farlo in futuro) una serie di singolari iniziative, supportate da una larga partecipazione popolare: si sono svolte, infatti, escursioni con soste per illustrare i punti salienti del confine e degustare piatti tipici del luogo dagli antichi sapori, manifestazioni per il ripristino, nelle sedi originarie, dei termini lapidei abbattuti o spostati e per inaugurare tabelle, indicanti la frontiera tra i due Stati con i loro simboli e la data del trattato di confinazione, collocate lungo le strade prossime al confine. Molto elevato, inoltre, l’interesse suscitato negli studenti dalle conferenze tenute dai rappresentanti dell’A.R.I.S. in vari istituti della nostra regione. Ed ecco, per concretizzare quanto detto, alcuni esempi di itinerari, che si snodano, in gran parte, lungo l'antico confine.

1) - Campo Catino (1800 m) - Passo del Diavolo - Monte Ortara (1908 m). Un percorso in alta quota con poco dislivello e di media lunghezza (3 ore in tutto), consigliabile da maggio ad ottobre o, comunque, in assenza di neve, poiché i cippi della zona sono tutti atterrati. Campo Catino (1800 m) è una vasta conca prativa di origine carsica con splendide fioriture nella buona stagione ed un'affermata località sciistica d'inverno, raggiungibile in quasi 18 Km da Guarcino, tramite la diramazione della statale 411. L'escursione proposta parte dalla zona alberghiera, percorre la strada bianca che attraversa diagonalmente il pianoro, sale a tornanti fino ad un valico (1905 m), scende alla sella del Vermicano (1885 m), riprende la salita fino al vado del Pozzotello (1940 m), passaggio che permette di raggiungere la sottostante fonte del Pozzotello (1850 m), con acqua freschissima anche d'estate, o di osservare vasti panorami sulla vicina valle Roveto e su importanti gruppi montuosi dell'Appennino Centrale; continuando la sterrata si giunge al vado di Campovano (1876 m), attraversato da un elettrodotto, sullo spartiacque regionale Lazio-Abruzzo, una volta linea di confine Stato Pontificio - Regno delle Due Sicilie e, difatti, superato di poco un grosso traliccio, si trova il luogo di posa del cippo n. 234 "colonnetta di confine di Campovano"; franato di pochi metri in un canalino roccioso (Attenzione! Limitarsi ad una sola visione dall'alto, se non si dispone di esperienza ed attrezzatura idonea), è in ottimo stato; questo cippo segnava il triplice confine fra Morino (AQ), Guarcino e Vico nel Lazio (FR). Si continua sulla cresta, limite fra Morino e Vico, fino ad una diramazione (1948 m), da cui parte un sentiero in discesa, che poi raggiunge lo stretto intaglio del passo del Diavolo (1903 m) e poi una raccolta d'acqua piovana, utilizzata dagli animali al pascolo per l'abbeveraggio, nota come "iubero dell'Ortara", presso cui si vede, abbattuto, il termine n. 232 "Campovano"; nessuna traccia, invece, dei cippi n. 233 B, 233 A e 233 che avremmo dovuto incontrare durante il cammino; probabilmente divelti e rotolati nel dirupo. Si sale direttamente sul colle di Campovano, abbandonando per poco il sentiero, e sulla cima una fossetta indica il posto dove era collocato il cippo n. 231: ricerche estese sul pendio morinese non hanno, finora, dato esito positivo. Si ridiscende ad un piccolo valico, "inforcatura della Selvastrella" ed il cippo n. 230 è coricato sul luogo di posa, indicando l'omonimo vallone, boscoso e selvaggio, che scende ripidamente verso Morino; questa enorme rientranza del Regno delle Due Sicilie (ed oggi del territorio abruzzese) creò numerosi problemi sulla determinazione del confine, poichè la S. Sede sosteneva la tesi di un tracciato rettilineo tra i due costoni, inglobando nel suo territorio l'intera ansa, ma infine prevalse il principio, sostenuto dal Regno, del passaggio della demarcazione sui punti più elevati della dorsale montuosa (displuviale), avvalorato da antichi documenti. Ritornando al sentiero, si inerpica sulla prima delle quattro cime, che costituiscono il monte Ortara. Il cippo relativo, n.229 "colle Ortara 4°", una volta in vetta, è scivolato di alcuni metri sul versante abruzzese; facilmente raggiungibile, è attorniato da cespugli di ginepro prostrato (juniperus nana) e camedrio alpino (dryas octopetala). Delle successive colonnette 228, 227 e 226, denotanti rispettivamente il 3°, il 2° ed il 1° colle Ortara, non vi è traccia, se non l'avvallamento dove furono piantate; il sentiero raggiunge questi punti e l'ultimo è la vetta di monte Ortara (1908 m), termine del tragitto di andata. Uno sguardo al panorama, che si allarga verso la profonda valle dell'Inferno, una breve sosta consumando un frugale spuntino e si può tornare indietro seguendo integralmente il sentiero segnato (giallo-rosso), che passa accanto ad un cippo incompiuto, e la sterrata fino a Campo Catino.


2) - Casalotti (285 m) - Valle Incarico - Madonna della Guardia (380 m). Una passeggiata fra le colline di Falvaterra e San Giovanni Incarico; la bassa quota consente di effettuare il percorso tutto l'anno, evitando le giornate e le ore più calde. Il punto di partenza è il cippo 125 "quadrivio dei pozzi di Boccacotta" (285 m), una volta al centro dell'incrocio tra via valle Caprara (Falvaterra) e via Farnete (S. Giovanni Incarico) e poi, in seguito ad un incidente che ne ha richiesto il restauro, si trova all'angolo tra le suddette strade. La zona è nota come "Casalotti" ed e' raggiungibile da Falvaterra, uscendo a sud del paese fino ad un bivio, sulla sinistra, con grossi esemplari di querce; si percorre questa strada e, superando a sinistra una croce, trascurando una diramazione che sale a colle Sellegrino, in breve, si giunge alla colonnetta. Da S. Giovanni Incarico, invece, si arriva al km 91 della statale 82 “Valle del Liri”, poco prima c'è la fonte "Capomazza", si svolta a destra in via Capolicolli, ed attenendosi alla segnaletica per "Casalotti", si sale ad un piano e, a destra, si costeggia una vallata fino al cippo 125. Si inizia il cammino su via Farnete, ai margini di un fossato, fino a scorgere, sulla sinistra ed in mezzo ad un prato, un palo della luce; una volta raggiunto, si intravede, a terra nell'erba, prima il basamento, poi la colonna del cippo 126 "colle Ponzio", sporgente nel vuoto (prestare attenzione): sarebbe auspicabile un urgente intervento per rialzare la pietra, prima che cada nel fosso. Abbandonata la strada, si prosegue in ambiente agreste e, presto, il sentiero si apre in un'ampia radura: il cippo 127 "bivio" non è visibile ma, a detta di anziani del luogo, è stato sotterrato, agli inizi del secolo, per colmare una fossa. Il confine piega decisamente a destra, tra i monti Nocella e Cervaro, ed a mezzacosta lambisce il cippo 128 "valle Falascosa 1^", abbattuto: il toponimo attesta l'abbondante presenza di falaschi (genere Carex); continuando la salita, la traccia si allarga, trasformandosi in sterrata, e guadagna un piccolo valico, dove è stato rialzato il cippo 129 "valle Falascosa 2^", in ottimo stato. Da questo punto si raggiunge l'imbocco della valle Incarico ed il cippo relativo, 130 "le Sorbe", risulta sepolto sotto la strada. Si continua in leggera discesa tra alberi e terreni coltivati, si ignora un viottolo a destra e si avvista una recinzione; vicino a questa, in una grossa e spinosa siepe si nasconde, abbattuto e ricoperto di muschio, il cippo 131 "valle Incarico". Piegando verso un gruppo di case coloniche, si osserva in un'aia un ulteriore cippo, di forma cilindrica, senza tracce di incisioni, ma sicuramente di confine, al pari di quelli già incontrati. Da qui un viottolo conduce al tornante, che sale alla Madonna della Guardia (protettrice dei confini del Regno, ovviamente!). La chiesa, costruita nel secolo XI sul colle di S. Maurizio in territorio sangiovannese, è normalmente chiusa (aperta durante le messe del mese mariano), ma è possibile vedere la sua struttura attraverso una finestrella nel portone d'ingresso; all'esterno è murata una lapide ottocentesca, che attesta lavori di restauro. Dall'altura (380 m) si gode un vasto panorama sui monti circostanti, tra cui spicca il massiccio del Cairo, sul lago artificiale e sull'abitato di S.Giovanni Incarico; vicino all'invaso, ben visibile, il perimetro dell’anfiteatro romano di Fabrateria Nova. Effettuata la meritata sosta, si può tornare indietro per lo stesso tragitto.


3) - Alla scoperta di Pozzo Faito: Sant’Elia (650 m) - Fontana Fusa - Faito (1234 m). Una escursione impegnativa, tre ore di salita per coprire un dislivello di quasi 600 m, raggiunge un luogo selvaggio, dove sono ancora visibili i resti di un tempio rupestre romano. E' consigliabile nella buona stagione e, comunque, solo con condizioni atmosferiche favorevoli.
Il punto di partenza (650 m) è il cippo 176 in località Sant'Elia, raggiungibile da Sora o Veroli, percorrendo la provinciale dell'Incoronata fino al confine Sora - Monte San Giovanni Campano e scendendo di pochi metri lungo un viottolo nel bosco; accanto ad un muretto si trova la colonnetta lapidea, alta quasi due metri, che segna, tuttora, il triplice confine fra Monte San Giovanni (ex Stato Pontificio), Castelliri - all'epoca Castelluccio - e Sora (ex Regno delle Due Sicilie). Ritornando a sinistra sulla strada asfaltata, in breve tempo, si arriva ad un incrocio con una sterrata, da dove si sale costeggiando il fosso di Sant'Elia che, nel nome, ricorda una vicina chiesa, risalente all'anno 1024, della quale restano alcuni ruderi. Più avanti si osservano numerosi terrazzamenti, sostenuti da muri a secco (macère), costruzioni pastorali in rovina (caselle), boschi di faggio abbarbicati alla montagna e panorami sempre più ampi verso sud. Ad un bivio a destra si incontra l'unica sorgente di acqua potabile, fontana Fusa (830 m), e qui una sosta è d'obbligo! Continuando dietro la sorgente per un sentiero, che piega in prossimità di uno steccato, alla fine si raggiunge il cippo 177 "fontana Fusa": questa zona nel 1862 fu teatro di scaramucce tra briganti, che miravano a ripristinare il governo borbonico, e francesi, chiamati dal pontefice Pio IX, per rinforzare la sorveglianza nei punti critici del confine. Ripreso il cammino, si ritorna alla sorgente e si seguono le curve della strada bianca, a tratti assai dissestata, fino ad incontrare sulla destra una casella pastorale; fatti alcuni passi avanti oltre il suo perimetro, è possibile raggiungere, seminascosto dal fogliame e dai rovi, un vecchio cippo confinario. Di forma tavolare, reca inciso il numero progressivo in cifre romane (XIX), l'anno di apposizione in cifre arabe (1779), scolpite secondo il calligrafismo tipico dell'epoca, e l'iniziale del comune pontificio delimitato (V per Veroli, M per Monte San Giovanni); assolve ancor oggi il compito assegnatogli oltre 200 anni fa quando, nello Stato Ecclesiastico, la stesura del catasto pïano (voluto da Pio VI nel 1777) determinò numerose controversie territoriali. Tornati alla sterrata, si prosegue lungamente e faticosamente sui tornanti, che si inerpicano sulle falde di monte Pedicìno, la cui sommità, peraltro, è ben visibile sin dall'inizio dell'escursione. All'altezza di una stretta curva a sinistra, un grosso sbancamento segna l'inizio di una diramazione che lambisce il colle dei Lupi; qui la pendenza diminuisce e l'occhio può spaziare fino alla catena dei Lepini ed, in particolare, alla cuspide di monte Cacume. In leggera salita si giunge ai margini di un profondo vallone (valle Innamorata) e, superato un piccolo valico, si piega decisamente a destra verso uno spiazzo erboso. Si continua ancora a destra per un sentiero a mezzacosta nel bosco, sempre meno evidente, che svalica una collina e scende in una valletta, dove è collocato il cippo 178 "rava di rocca Gelardi". Da questo punto occorre seguire i segnali bianco-rossi del Sentiero Italia del CAI, prima in salita, poi diagonalmente in discesa, infine in piano, che raggiungono la radura di pozzo Faìto (1234 m). Qui il tempo sembra essersi fermato ed, infatti, sono visibili, a poca distanza fra loro, un pozzo votivo, due colonnette confinarie del 1847, un'iscrizione rupestre di duemila anni fa ed una nicchia intagliata nella roccia. Lo spiazzo, di forma ellissoidale e circondato da una fitta faggeta, era noto in passato come "gorgone di Faito mare", perchè soggetto ad allagarsi nel periodo delle piogge e del disgelo; è chiuso a sud ed a nord da due cippi - rispettivamente il 179, a ridosso del pozzo, ed il 180, ai margini della macchia - che lo tagliano in due parti uguali, ribadendo l'importanza, per entrambe le comunità, di poter disporre di acqua in luoghi così disagevoli. Pozzo Faìto o Favìto, antica favissa dell'area sacra da cui sono emersi nel tempo reperti votivi, raccoglie l'acqua piovana necessaria ai pastori per l'abbeveraggio del bestiame; protetto da un muretto a secco e da una recinzione in legno, risulta ancora oggi diviso a metà tra i comuni di Monte San Giovanni Campano e Sora. L'epigrafe, per qualche metro in territorio monticiano, è databile al 4 a.C. per la citazione dei consoli in carica quell'anno (magistrati eponimi: Caio Calvisio e Lucio Passieno) e testimonia la costruzione, col denaro offerto da due sacerdoti, di un tempio dedicato a Giove ed agli Dei Indigeti, divinità locali, completo di portico, edicola e basamento. Il testo completo è riportato nel Corpus Inscriptionum Latinarum del Mommsen (C.I.L., vol. X, n. 5779). Più in basso due graffiti, di epoca posteriore, nominano San Pietro e San Paolo, suggerendo un riutilizzo, in tal senso, del manufatto pagano. L'edicola citata dalla lapide è, forse, da identificarsi con la nicchia scolpita in una roccia vicina, detta "sedia pontificia" e, localmente, "seggia o trono dello Papa"; era destinata ad ospitare le statue delle divinità venerate. Nonostante studiosi di chiara fama abbiano riconosciuto il valore di questo luogo, così ricco di fascino e vicende umane, nessuno si è mai preoccupato di preservare l'incisione rupestre dalle piogge acide e dalle mani di camminatori poco rispettosi del passato che, gradualmente, ne stanno compromettendo la stessa leggibilità; la tutela ambientale, invece, è stata attuata comprendendo la zona nell’Area Wilderness “Ernici Orientali” di Sora. Per i più esperti, continuando a salire oltre Pozzo Faito, si esce presto dal bosco e proseguendo ancora verso nord su una ripida collina erbosa (vicino ad una recinzione coincidente con l’antico confine), si raggiunge il cippo n°181 “serra di Valle Oscura” oggi Costa Faito, ottimo punto panoramico.

VERSANTE LAZIALE DEL PARCO NAZIONALE D'ABRUZZO LAZIO MOLISE

Lasciato il paese dal parcheggio sottostante i ponti ottocenteschi sull'antico greto del torrente di Forca d'Acero, ci si dirige verso occidente percorrendo la via Antica, storica strada di collegamento fra Alvito e San Donato. Neppure in concomitanza di eccezionali eventi piovosi i ponti svolgono la loro effettiva funzione, essi sono solo un ricordo del passato. "Il solo torrente a cui si vuol porre attenzione è quello che calando dall'alto degli Appennini, passa per la Comune di San Donato. Questo, oltre all'aver ingombrato molte terre, ha spesso rovinato qualche edifizio, colla morte talvolta degli abitanti medesimi, tali danni continueranno finché le acque non si avranno aperto un alveo di comunicazione colla Melfa" tratto da "La Statistica del Regno di Napoli del 1811" Il percorso costeggiato da muri di contenimento in pietra con filari di querce si dirige, fra bellissimi casolari abbandonati, verso la piana fino a raggiungere i fontanili di San Fedele e La Fonte. Tutte le sorgenti toccate da questo itinerario ciclabile si hanno al contatto stratigrafico tra materiali a differente permeabilità. Queste sorgenti sgorgano al contatto tra le ghiaie alluvionali del fondovalle, molto permeabili e le argille mioceniche delle colline, a più bassa permeabilità. I valori della portate sono molto esigui e risentono delle variazioni stagionali. La falda che le alimenta è molto superficiale e come tale, purtroppo, risente notevolmente del carico inquinante dovuto sia allo smaltimento dei reflui fognari non depurati sia per l'uso di fertilizzanti e diserbanti in agricoltura. A differenza del passato raramente le acque sono di buona qualità. Quasi adiacente al fontanile di San Fedele, con le sue mura poligonali si ha quello denominato La Fonte, quest'ultimo collocato all'ombra di maestosi alberi di platano. La strada asfaltata prosegue verso Cappella Lucida per proseguire in direzione di Castagneto. Dalla strada di crinale sulla collina argillosa la sorgente "La Fermentina" si rinviene al di sotto di una splendida quercia. "Ritrovasi in questo castagneto" - scriveva l'umanista G.P.M. Castrucci nel 1632 -"in una valletta a ponente un bollore d'acqua color cinerino e d'odor di bitume, che qualche volta nelle mutazioni dei tempi si fa sentire da lontano s'alza da terra or otto palmi or meno con lento mormorio, or debile or forte; e nell'istessa bocca o caverna onde s'alza e si vede, si profonda e si cela..." Da analisi geochimiche effettuate dall'Università di Roma, questa sorgente gassosa è stata classificata come un'acqua solfato-carbonato-alcalino-terrosa con intense emissioni gassose di idrogeno solforato ed anidride carbonica. Questi due componenti definiscono sia l'odore acre sia il ribollire delle acque. La presenza di gas nobili (ad esempio l'elio) poiché di provenienza dalla crosta profonda, testimoniano una contaminazione delle acque superficiali con gas che risalgono lungo fratture tettoniche. Riprendendo la strada comunale per Gallinaro, in località Santo Ianni si ha la sorgente omonima. Si tratta di una polla con acque con chimismo bicarbonato-alcalino-terroso ricche di anidride carbonica. Anche per questa sorgente gli apporti di gas profondi confermano la presenza di lineamenti tettonici attivi. Tali dati sono relazionati all'elevata sismicità dell'area.

IL VALLONE DI FORCA D'ACERO E LE MINIERE BORBONICHE (difficoltà bassa, dislivello 300 m)Lasciata la Piazza Largo Lago, si percorre verso Nord la storica mulattiera utilizzata fino a pochi anni fa dai nostri nonni per raggiungere, attraverso il Valico di Forca d'Acero, l'alta Valle del Sangro. Il percorso si snoda lungo il versante sinistro del Vallone di Forca d'Acero attraverso un sentiero, facilmente percorribile, che sale verso il valico, attraversando gli ultimi appezzamenti terrazzati, coltivati ad uliveti. Continuando a salire in quota la vegetazione cambia; dagli appezzamenti con gli ulivi si passa ad un bosco misto con querce e carpini. Per raggiungere le antiche miniere di limonite, usate in epoca borbonica, bisogna arrivare a circa 950 m di quota; lasciato il sentiero principale sterrato, si prosegue sulla destra seguendo un piccolo tratturo che si inerpica attraverso il bosco fino ad arrivare all'ingresso delle miniere. Nel 1774 sulle montagne della Val di Comino venne individuata "una speranza di mina di ferro". Ai piedi del massiccio del Monte Meta vennero iniziati degli scavi, che portarono in breve al ritrovamento di materiale roccioso ricco di ossido di ferro. Nel 1852, Re Ferdinando II di Borbone dava impulso alle ricerche minerarie "prendendo in seria considerazione gli accresciuti bisogni di alcune materie prime e metalli nei suoi stabilimenti di artiglieria e volendo dar eccitamento in questo regno all' industria mineraria". Nella primavera del 1853 una commissione di tecnici (tra cui l'ingegnere studioso di mineralogia Gaetano Tenore), coadiuvata da un distaccamento di soldati zappatori, rinvenne nelle nostre montagne notevoli affioramenti di limonite (sesquiossido di ferro). "L'intera quantità del materiale estratto dalle due gallerie del Monte Cunnola (oggi Calvario)" - scriveva Gaetano Tenore - "sono al dì primo novembre 1855 vuolsi tenere del peso di Kilogrammi 1.073.322; per la considerazione ascende a metri cubici 317,76525...". Una volta estratto, il materiale veniva portato a Capolavalle (Piazza Carlo Coletti) grazie a cestoni di salci trasportati da quadrupedi. In quest'operazione erano impiegate anche le donne, che portavano la limonite in testa o sulle spalle dentro cesti di vimini. Non appena giungeva in Piazza, la merce veniva pesata e pagata agli operai e in seguito si provvedeva a trasportarla alla "Ferriera" di Atina dove veniva lavorata. Il materiale venne estratto fino al 1860. Con l'arrivo dei piemontesi le miniere e la "Ferriera" vennero definitivamente abbandonate.
LA ROCCIA DEI TEDESCHI (difficoltà bassa, dislivello 160 m)Da Castelluccio, scendendo lungo il Vallone di Forca d'Acero, a circa un chilometro, si raggiungono i ruderi di antichi stazzi. Il sentiero prosegue risalendo il versante orografico destro del "canalone" dove la faggeta è associata ai pini. Anche ad una certa distanza la roccia è riconoscibile come uno spuntone imponente che si staglia sul fianco della montagna. La straordinaria posizione panoramica della rupe era strategica per l'avvistamento nelle diverse direzioni. Da qui la vista si apre sia sulla Val di Comino, fin verso le Gole del Melfa ed il Monte Cairo (antico fronte di Cassino), sia verso nord sulla strada di accesso all'Abruzzo. La roccia, era quindi una vantaggiosa postazione militare per l'esercito tedesco in ritirata, in previsione del cedimento del fronte di Cassino. I cunicoli scavati nella roccia e le torrette di avvistamento, erano stati realizzati dagli scalpellini sandonatesi rastrellati nelle piazze del paese, il loro lavoro barattato in cambio del rancio. Spesso le attività manuali rappresentavano "punizioni" che i tedeschi imponevano alla popolazione come deterrente all'attività "sovversiva". Con lo sbarco di Anzio e la caduta del Fronte di Cassino gran parte delle forze alleate risalirono verso Roma, utilizzando la Via Casilina. Nella Val di Comino giunsero truppe neozelandesi; fortunatamente dopo circa 10 giorni i tedeschi si ritirarono verso nord, abbandonando in gran fretta anche suppellettili e munizioni. Entrare per la prima volta nei cunicoli, affacciarsi dalle torrette di avvistamento, anche a distanza di più di cinquanta anni, conserva un fascino misto ed una certa ansia, forse perché immediatamente riviviamo e riflettiamo su momenti drammatici della nostra storia. Ora nel centro della rupe, lungo una frattura (piano di faglia tettonico) forse in ricordo del passaggio di quei soldati, c'è un ciliegio. Ogni primavera fiorisce, incurante degli uomini e delle guerre.

LA GROTTA DEI LADRI (DENTARIA) (a piedi, difficoltà bassa, dislivello 200 m.)Da Castelluccio, si percorre la strada antica che porta a Pescasseroli. Il sentiero, agevole e di lieve pendenza, è chiamato "Dentaria" perché questo fiore è tra i più belli della zona, è raro ed è presente solo in questo habitat particolare (faggeta-bosco umido). Il percorso, diviso in venti soste didattiche, è stato studiato dagli alunni delle classi III C e III D della Scuola Media di San Donato Val di Comino nell'anno scolastico 1998/1999 su progetto coordinato dal prof Cesidio Cedrone in collaborazione con le prof.sse Filomena Carbone e Anna Zompa. Dopo aver oltrepassato il rifugio "Duca d'Aosta" e quello del Corpo Forestale, si possono notare i ruderi delle abitazioni dei pastori e gli stazzi: è la sosta della pastorizia. La terza tappa del sentiero prevede lo studio di una zona chiamata Scarpa del Monaco: questa località è così denominata in quanto non lontano dai resti della chiesa di San Cristoforo, in un tratto di pianura, si trova una strana pietra scavata nel mezzo che rappresenta l'orma di una scarpa di cui si notano molto bene il tacco e la punta. Quindi si entra nella faggeta: gli alberi hanno in media l'età di cinquanta anni, ma sono presenti anche splendidi faggi e qualche acero pluricentenari. Durante il percorso il cinguettio di numerosi uccelli accompagna il passo dei visitatori: è il canto della cinciarella, del picchio, della ghiandaia, del cuculo, del fringuello e della tortora. In questo bosco vivono inoltre molti animali: talpe, cervi, cinghiali, caprioli, scoiattoli, volpi, lepri, ricci, lupi e orsi. Proseguendo il sentiero si incontrano corsi d'acqua, doline, la Callarella della Neve fino a raggiungere una radura ricca di fiori: viola, non ti scordar di me, dentaria, anemone bianco, acetosella, ranuncolo, tasso barbasso, ortica bianca, buon Enrico, crocus, rosa canina e colombina. Si continua quindi verso la Grotta dei Ladri, luogo legato all'emozionante saga del bandito Cedrone. Dopo aver attraversato per dieci minuti il bosco fitto , ecco finalmente la Grotta: un angolo nascosto, suggestivo e spettacolare che crea fascino per la sua naturale bellezza e brivido per la memoria storica: un rifugio, casa e vita di banditi, braccatin dall'esercito piemontese perché nostalgici del Regno di Francesco II di Borbone. Qui il paesaggio offre uno spettacolo emozionante in ogni periodo dell'anno per la presenza di faggi secolari. La zona è molto conosciuta per le piste di Castelluccio-Campolungo e di Macchiarvana, dove si pratica lo sci da fondo. Ecco la sosta dell' "uso civico della montagna" e delle carbonaie: è la storia dei sandonatesi di un tempo, la cui unica risorsa economica era il carbone e la raccolta della legna secca.

IL GHIACCIO DEL RE (difficoltà media, dislivello 500 m)Dalla località denominata Castelluccio il sentiero, agevole e con debole pendenza, si dirige verso nord, fino al pianoro di Macchia Prima intorno al quale si apre nella faggeta con splendidi esemplari secolari. Il sentiero ruota poi verso occidente, lungo un impluvio, fino a raggiungere il confine con il comune di Pescasseroli, confine regionale Lazio - Abruzzo. Elemento caratteristico di questo tratto è la callarella o Chiatra (inghiottitoio carsico), con profondità di circa 15 metri e larghezza 5. Nel fondo dell'inghiottitoio le nevi dell'inverno si conservano anche in pieno agosto, per questo motivo fino agli anni '50 era in uso prelevare il ghiaccio per farne granite nel bar del paese. Il percorso prosegue per Campo Lungo dove sia hanno numerose doline. Nel passato era diffusa la raccolta della legna per produrre carbone. I carbonai costruivano pire che venivano lasciate bruciare per alcuni giorni, ricoperte di erba e terriccio. Dopo il raffreddamento il carbone, separato dalla terra, veniva caricato in sacchi di juta e venduto. Il sentiero sale in direzione delle vette di Serra Traversa (1865 m.). Al confine con il PNA si trova un altro inghiottitoio di grandi dimensioni, la Chiatra del Re. Il toponimo indica un pozzo carsico nel quale si conservavano neve e ghiacci prelevati, secondo la tradizione, per la corte dei Borboni. Il Sentiero ridiscende verso Costa Rosole fino a richiudersi ad anello a Castelluccio.

COLLE NERO E GLI JOLAPI (a piedi, difficoltà medio-alta, dislivello 630 m.)Da Castelluccio si percorre il sentiero in direzione nord-est; a quota 1450, oltrepassata la S.S. 509 per Pescasseroli, il sentiero prosegue, fra le rupiassolate, le graminacee ed i variopinti fiori fino a raggiungere la faggeta a quota 1550 m. circa. Il sentiero, a volte quasi pianeggiante più spesso ripido, al di sopra dei 1700 m. è completamente assolato. Si attraversa quindi il pozzo della Valle Inguagnera, utilizzato dai pastori per abbeverare, nel periodo estivo, il bestiame al pascolo in alta quota. Lungo il vallone, nelle rupi, si possono notare codirossi spazzacamino, codirossi, corvi imperiali, rondini rupestri e soprattutto il gufo reale. Si raggiunge il valico della Valle e nella punta più alta è possibile ammirare la Val Fondillo e restare completamente sorpresi dalla folta vegetazione e dai faggi secolari presenti nel versante abruzzese in contrasto con l'arido paesaggio del versante laziale. Si può ammirare Monte Amaro e, utilizzando il binocolo, con una buona dose di fortuna, è possibile sorprendere i camosci al pascolo; gli occhi corrono verso i monti e le vette meravigliose della Camosciara (riserva integrale del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise). Sulla cresta della Valle Inguagnera si ruota verso destra, per raggiungere Colle Nero (1991 m.). Tra doline tappezzate, vistosi inghiottitoi e piccole grotte, la vista sulla Val di Comino a sud è notevolmente suggestiva. In questa zona vivono anche martore, donnole, gatti selvatici, l'orso morsicano e l'aquila reale. Il sentiero prosegue poi nella conca carsica di Fondillo di San Donato, aggira prima Monte San Marcello e poi Costa Matarazzo e raggiungere Valle Lattaia, dove in Maggio, negli antichi stazzi cresce il Buon Enrico, gli jolapi, spinaci selvatici con i quali in paese si preparano ottime paste e frittate. Infine, si scende per il sentiero, si rientra nel bosco di faggi fino a tornare a Castelluccio.

MONTE PANICO (difficoltà alta, dislivello 450 m)Da Castelluccio il sentiero si dirige verso nord - est. A quota 1458, oltrepassata la strada statale Sora-Pescasseroli, si prosegue fra le rupi assolate, fino a raggiungere la faggeta (1500 m). Il sentiero diviene sempre più ripido, salendo con diversi tornanti e completamente assolato sopra i 1700 metri. Raggiunta la vetta aspra del Panico la vista merita la fatica, lo sguardo domina sulla Valle del Sangro, sulla Val Fondillo fino al Marsicano e verso la Camosciara. Come tutti i sentieri di cresta del parco dal Panico la vista si apre su spazi sconfinati anche se l'insolazione è elevata ed il paesaggio arido. Si consiglia di ridiscendere sul percorso di andata, anche se il sentiero è abbastanza breve (6 Km) la difficoltà è legata al dislivello ed all'insolazione nei periodi più caldi dell'anno. Dalla vetta del Panico, il sentiero può proseguire verso oriente sullo spartiacque tra la Valle di Comino e la Valle del Sangro. E' una delle traversate più belle del Parco, dominando con lo sguardo la Val Fondillo e la Camosciara. Il sentiero si snoda lungo pietraie assolate, rupi aspre ed affilate, praterie con graminacee silicee, dove nidificano le aquile ed i falchi, dove gli orsi vanno in letargo.